venerdì 24 aprile 2009

CRONACHE AQUILIANE I




Pubblichiamo le testimonianze di Marvelli Lorenzo, le sue riflessioni e il suo punto di vista personalissimo dal cuore della tragedia.
Lorenzo è un infermiere 118 di Pescara. Lavora in ambulanza e svolge l’attività teatrale utilizzando questo linguaggio nel contesto di laboratori di nursing diretti a bambini e giovani studenti, a speciali categorie di pazienti come i tossicodipendenti, gli alcolisti, malati psichici. Scrive su una rivista on-line di settore http://nelmovimento.org/ impegnata nel campo del nursing sociale. Il suo sito di riferimento è http://teatrioffesi.org/


TERREMOTO. AQUILA. APRILE 2009
I. CAOS
6 aprile 2009, Pescara

qui è il caos. il terremoto è arrivato di notte distruggendo. morti. feriti. senza casa. brutte storie. anche belle storie. l'umanità è il tratto che più mi emoziona. sono al lavoro da diverse ore. lavorerò ancora. ora. la mia rivoluzione è contribuire ad arginare il dolore degli altri. fate il possibile per darci una mano.

II. COLPA

7 aprile 2009, Pescara
è stato il caos. a partire dalla notte della scossa. ho creduto che la casa mi venisse addosso. ma non ho avuto paura. il sonno così improvvisamente interrotto non garantiva lucidità. venti secondi. forse trenta. sembrava non finire. poi ho chiamato Fabio immediatamente. mi ha risposto Francesca piangendo ed urlando: "aiuto, aiuto... siamo salvi ma è crollato tutto!" ed è caduta la linea. sono andato al 118. alcuni di noi sono partiti in ambulanza. io sono rimasto in farmacia a raccogliere materiali da mandare. sono poi andato in aeroporto dove arrivavano aerei ed elicotteri con i feriti. nel pomeriggio turno d'emergenza al 118. perché non si è fermato nulla nel frattempo. e l'ospedale era al collasso. e la gente si aggirava in pronto soccorso senza capire. non credo che le parole rendano i fatti. c'è una realtà che non è descrivibile. solo vedendola è possibile leggerla nella sua completezza. ieri pomeriggio una delle tante macchine con una famiglia rimasta senza casa è arrivata qui in postazione: "vorremmo un posto dove dormire. non abbiamo più nulla. abbiamo due bambini piccoli in macchina ed una persona anziana. aiutateci" e si è messo a piangere. ha cercato di abbracciarmi. mi sono scostato. non mi sono sentito così degno di condividere il suo dolore. com-patire è soprattutto un onore. è una questione di dignità. io non ce l'ho, non me la sono sentita. vivo un territorio a rischio sismico. non ho fatto nulla per evitare queste morti. ho la mia parte di colpa. e l'ho sentita tutta la colpa. l'ho accarezzato in viso e non l'ho abbracciato quell'uomo che piangeva. non ne ero degno. mi resta il senso liquido di quel pianto sulle mani. e molta vergogna per tutto quello che è successo. ieri mattina ho collaborato con dei soldati dell'esercito. portavano feriti in un elicottero da guerra molto grande. erano ragazzi dolcissimi. accarezzavano i feriti e sorridevano loro. in divisa da guerra. una specie di ossimoro. una stranezza, non trovi? mi sono sentito come loro. sono stato anche io un soldato da guerra. io. ti rendi conto? mi ha colpito l'umanità della gente. il dolore ci rende umani. un soldato diventa un infermiere. un infermiere diventa un soldato. un elicottero da guerra si fa macchina di salvezza. il dolore ribalta tutto nel senso dell'umanità. forse dovremmo essere perennemente addolorati per essere migliori di quello che siamo. accanto alla colpa ho sentito l'occasione di crescita. sono distrutto. ma anche diverso. potere aiutare la gente è davvero un privilegio. mi sento bene questa mattina. male e bene nello stesso tempo. ho la morte e la vita dentro. il pianto e il riso. è così.
III. PAURA
10 aprile 2009, Aquila, Piazza D'Armi
il PMA (Punto Medico Avanzato) in piazza d'armi a l'aquila ha una trentina di posti letto per i ricoveri urgenti. ha una sala di pronto soccorso ed una farmacia accanto. c'è luce al neon a differenza delle tende nel campo ma nessun riscaldamento. il gelo della notte sarà la forma di questo ricordo. ricorderò questo terremoto con un brivido di freddo. sempre.ho appena concluso il turno di notte con alcuni miei colleghi del 118 di Pescara e tre infermieri teramani.ora il PMA, passata la prima fase di emergenza, accoglie pazienti affetti da patologie che in genere non costituiscono un imminente pericolo di vita.nei giorni immediatamente successivi alla scossa del 6 aprile, nel PMA sono transitate persone affette soprattutto da traumatismi vari. sono state ricoverate qui dove hanno ricevuto le prime cure, i più gravi sono stati trasferiti in ospedali della regione.questa notte si sono rivolti a noi soprattutto pazienti in preda al panico. la paura in questo campo è l'elemento comune a tutti: c'è chi trema di paura, chi piange di paura, chi ride di paura, chi si mostra indifferente per paura. è sempre la paura ad agire i comportamenti. ed anche i pensieri.le scosse non smettono mai: costituiscono lo sciame sismico che in genere segue una grossa scossa. questa notte alle 3 in punto c'è stata una scossa 5.1. la paura, la solita paura, ha assunto la forma del panico; ho sentito urla, lamenti, anche tirate comiche tese a sdrammatizzare. ma non saprei definire una manifestazione su tutte le altre. la paura ha anche questa caratteristica: la monotonia delle forme. tutte le persone impaurite ti guardano negli occhi come per chiedere aiuto. anche gli sbruffoni impauriti ti chiedono aiuto. strafottenti ma in preda al panico, vorrebbero farti credere d'essere eroi ed invece non sono altro che "cagasotto".la paura ci fa tutti "cagasotto".credo che molto si dovrà fare nel prossimo futuro per arginare la paura dirompente. le benzodiazepine non potranno costituire la soluzione al problema. possono essere un tampone, un contenimento momentaneo ma dovremo inventarci altro visto che non basterà ricostruire le case.ieri sera ho conosciuto dei medici clown che lavorano con la paura. ci scherzano su, la accarezzano e la smontano. ci provano. i bambini sembrano divertirsi. anche gli adulti e gli anziani. il teatro, la clownerie, possono essere in futuro delle possibili alternative alle benzodiazepine.ma c'è altro.ci sono tossicodipendenti in trattamento che chiedono metadone.ci sono anziani affetti da altzheimer che non sanno cosa stia succedendo intorno a loro.ci sono bambini senza scuola. bambini al freddo. bambini senza giochi.ci sono alcolisti cronici che non hanno un posto dove comprare il vino che li riscaldi e li addormenti di notte.ci sono "barboni" che non hanno più i portici per dormire e non credono di riuscirci in una tenda buia e fredda.ci sono schizofrenici che non sentono più voci e non hanno sigarette.ci sono clandestini che cercano clandestini che non si trovano.ci sono sciacalli. veri sciacalli, falsi sciacalli. c'è il battaglione san marco che presidia i cumuli di macerie.ma soprattutto c'è il freddo di notte. che viene col buio. forse è la paura che raggela l'aria, che chiama la notte e non il contrario. quando si fa buio la gente entra nelle tende e arriva il silenzio. nel PMA cala l'affluenza. solo paure: gente che si sveglia di notte gridando e con il cuore al galoppo. e poi una vecchietta che vomita ed ha la pressione alta, una donna rumena con il mal di pancia, una bambina che aspetta una iniezione di antibiotico.è notte.
IV. VANITA’
12 aprile 2009, Pescara

La lontananza dall'epicentro è soprattutto motivo di riflessione. Essere lì è come non pensare ed invece fare, fare, fare...
Fare dimenticando tutto.
Nei tre giorni di distanza da L'Aquila, qui a Pescara dove il terremoto arriva ormai senza magnitudo, ho avuto modo di ragionare la mia prossima partenza.
Molto schematicamente.
Quello che non ho apprezzato del mio intervento nel PMA aquilano è l'eccessiva visibilità.
Intervenire invisibilmente è ciò che definirei “aiuto senza distrazione”.
La visibilità confina con la vanità. La sua ricerca, nonostante la buona fede, è esercizio che supera il nursing.
Molto schematicamente.
Visibilità, distrazione, vanità, narcisismo: extranursing.

Rendersi disponibili, com-prendere gli altri ed i loro bisogni costituisce l'ambito del nursing. Dire di sé, autocelebrarsi anche se con misura, esporsi fino a guadagnare la scena televisiva, tutto ciò rappresenta l'elemento debordante l'intenzione d'aiuto.
C'è insomma un'estetica dell'aiuto che non è solo compostezza ma è anche bellezza: dovrò tenere in considerazione l'elemento estetico attraverso pratiche di autodisciplina ovvero di sottrazione dalla vanità.
Un cooperante è più vicino ad un samurai che ad un attore di reality. In quelle movenze esatte e nette, in quella rinuncia delle forme spettacolari, in quei prolungati silenzi, nella scelta di trasparire, in queste forme del corpo che sono l'essenza dell'arte dei samurai, è il paradigma dell'assistenza, la sua essenza.

Il mio prossimo intervento nelle zone del terremoto sarà votato alla ricerca dell'invisibilità attraverso l'autodisciplina nella speranza che sottrarsi alle news, sia l'equivalente della concentrazione sui bisogni altrui.
Molto schematicamente.
Defilarsi, smettere di essere una notizia, praticare il silenzio stampa; insomma, trasparire è come farsi mero motore assistenziale. Nulla di più.

L' emergenza in senso stretto emergenza sembra concludersi ed il passaggio di fase può essere rappresentato dalla sostituzione di interventi di natura assistenziale ad interventi su traumatismi: le vittime sono finalmente sopra le macerie. Qui sopra, e non sotto, si interverrà a partire da domani.
L' organizzazione dei campi secondo accettabili standard igienico-sanitari, il riscaldamento delle tende, l'illuminazione, l'allestimento di docce con acqua calda, il lavoro sul tempo libero soprattutto con i bambini e gli anziani sono le nuove direzioni dell'aiuto e non c'è alcuna necessità di adoperare forme spettacolari o comunque incentrate sull'ego.
Com-prendere l'altro d'altronde, contiene già in partenza un elemento inalienabile: chi aiuta un proprio simile, aiuta anche un po' se stesso poiché riceve da quest'esercizio importanti quote di benessere e felicità; l'aiuto attiva sempre meccanismi gioiosi e di autoappagamento risultando così inutile esagerare nella promozione di sé.
Molto schematicamente.
Sarò a L'Aquila nei prossimi giorni rigettando ogni ipotesi di espansione egoica e costringendo il il mio intervento alla relazione d'aiuto.
Di me non resterà traccia.

V. CHOMSKY MI ANNOIA
14 aprile 2009, campo San Biagio di Tempera
Sono al campo San Biagio di Tempera, un paesino vicino L'Aquila. Ci sono 127 residenti per la maggior parte anziani.Nel campo lavorano insieme la Protezione Civile, la Misericordia di Montefalcione e la Brigata di Solidarietà Attiva di Rifondazione Comunista. Ci sono una cucina da campo, un magazzino scorte, una segreteria, un ambulatorio medico ed infermieristico, un team di psicologhe, un sacerdote. Solo ieri sono arrivati alcuni bagni chimici. E' consentito il lavaggio delle mani in un lavandino comune; l'acqua è fredda e non potabile.L'acqua.Dobbiamo evitare che diventi un eventuale mezzo di contaminazione. Chiamo al telefono un farmacista del Ordine dei Farmacisti di Cuneo che è qui vicino con una farmacia mobile. Amuchina nella cisterna da 10.000 litri d'acqua, erogatori di ipoclorito di sodio nei bagni ed educazione dei residenti. Questa mattina comincio il lavoro di igienizzazione dell'acqua.Terminata l'emergenza, l'infermieristica di comunità mi sembra sia il modo giusto per essere qui.Ieri pomeriggio ho fatto un giro per le tende distribuendo salviette umide ed amuchina:“Buongiorno. Sono Lorenzo, l'infermiere del campo. Vorrei parlarvi delle mani. E di quanto sia importante per noi tutti lavarle. Oggi e qui più di ieri ed a casa: lavarle bene e spesso”. I bambini mi fanno le smorfie e ridono.C'è interesse verso comunicazioni di questo tipo, c'è spirito di collaborazione da parte dei residenti ed anche l'intenzione ad autorganizzarsi, a non stare fermi, a prendere in mano la situazione: “Ho recuperato un aspirapolvere e pulirò la tenda come facevo con casa mia. Tutti i giorni”, mi dice una mamma con un bambino in braccio.Questo campo è un comune. O qualcosa di simile. Non c'è gerarchia ma ci sono ruoli, funzioni e nessuno ha la pretesa di comandare. Gli riderebbero in faccia se solo lo facesse. Tutti fanno qualcosa e questa opera è un lavoro libero dal salario ed assolutamente organizzatoL'autonomia è la regola del campo. Mancando il comando ma anche la rappresentanza e la delega, la gente sembra realizzare quanto importante sia assumersi la responsabilità dell' opera da svolgere.Tutti assumono comportamenti volti alla responsabilità e nell'aria si respira tutta questa necessità di fare da sé.Il risultato è una piccola società quasi perfetta, al limite dell'utopia dove convivono clown colorati dai capelli lunghi ed arricciati con carabinieri e militari e militanti di rifondazione e volontari della protezione civile senza che i residenti siano costretti a parteggiare per questa o quella fazione: qui non ci sono fazioni ma una comunità di gente all' opera. Del tentativo di organizzare il terremoto in schieramenti, come è evidente dal recente programma di Santoro e soprattutto dalla risposta isterica e censoria del governo e dell'opposizione, qui non se ne ha notizia o, se se ne ha, non se ne parla. A pensarci bene questa polemica fa più ridere dei clown e dei carabinieri che qui al campo, alla sera intorno al fuoco, scherzano insieme mangiando cioccolata. C'è disinteresse nei confronti dell'isteria che troneggia lontano da qui.Questo clima del campo così lontano dal dibattito pubblico sul terremoto è il motore dell'organizzazione. Dell'autorganizzazione!Tadeus è in Italia da 11 anni. Colpito dalla recente crisi perde il lavoro e si trasferisce a Tempera da Roma ed acquista una casa vecchia che il terremoto butta giù inesorabilmente a restauro appena concluso: “Se non l'avessi restaurata ci sarei morto dentro”, mi dice raccontandomi dei lavori svolti tenendo presente la possibilità del sisma. Tadeus è un elettricista ed arriva in ambulatorio per chiedere una Tachipirina. Ci sono fili elettrici a terra, non c'è ancora l'illuminazione ed il frigorifero con i farmaci non ha corrente elettrica: “Posso sistemare tutto subito, sono un elettricista”, dice Tadeus. Nel giro di due ore l'ambulatorio s'illumina e si riscalda con una riscaldatore elettrico. Tadeus, il polacco, finisce per diventare un punto di riferimento nel campo, è in giro con i suoi attrezzi e non smette di lavorare. Forse ho dimenticato di somministrargli la Tachipirina. Tadeus è l'esempio di come funziona l'ingaggio nel campo: hai desiderio di fare una cosa, ti offri, illustri il tuo progetto, lavori. Punto e basta.La notte è fredda, gelida nonostante la stufa elettrica di Tadeus. Sono rimasto solo in ambulatorio e non spengo la luce perché credo sia importante comunicare che questo posto di cura non chiude.Collego il mio PC alla rete ed attraverso velocemente Facebook, leggo la posta poi passo a qualche poesia di Luzi, quindi a Chomsky : Anarchismo, contro i modelli culturali imposti.Mi annoia un po', il gelo mi impedisce la concentrazione ed allora ripiego su Cornelio, il fumetto di Lucarelli.Gli ultimi pensieri della notte:-Meglio Julia che Cornelio. Meglio Cornelio che Chomsky. Quando fa freddo, naturally...-Ricostruire è possibile se esistono persone come Tadeus.-Le poesie di Luzi sono l'unico caldo in questo gelo. Più della stufa di Tadeus.-Gliel' ho poi data la Tachipirina a Tadeus?-Sto bene in questo campo. La gente mi piace.-Cazzo, ci sto mettendo il cuore: non voglio andarmene!-Bisognerà rendere visibile l'ambulatorio con una bandiera -Dove troviamo gli erogatori di ipoclorito per i bagni? Telefoniamo a Rifondazione domattina. Boh!-Oddio che freddo... devo fare la pipì ma non ci vado. La tengo fino a domattina.
VI. COSA C'E' DA RIDERE?
18 aprile 2009, campo San Biagio di Tempera

Quanti terremoti conosci?
Uno? Dieci? Cento?
Non uno ma molti terremoti.

C'è il terremoto che si vede, che tutti vedono in TV, quello delle barzellette sul camping e sul dentista che il premier dispensa agli sfollati nella tendopoli aquilana.
C'è il terremoto di Bertolaso, dei sismografi, dei geologi, dei magistrati che indagano, di Vespa e dei suoi ospiti, dei programmi d'intrattenimento che commuovono, delle storie a lieto fine, delle tragedie indimenticabili, delle opinioni della Parietti.
C'è il terremoto di Santoro e di Vauro, voci fuori dal coro, voci forse volgari ed inaccettabili. Magari censurabili. E perché?
C'è il terremoto delle notizie vere, delle notizie false, delle notizie senza fondamento, delle notizie allarmistiche, delle notizie oscurate, delle notizie esagerate.

Molti terremoti, forse cento. Forse più.
C'è il terremoto degli aquilani fieri, forti e gentili, degli aquilani che piangono i morti riversi sulle bare, degli aquilani che fuggono al mare, di quelli che non intendono lasciare il paese per nessun motivo.
C'è il terremoto dei campi, delle tende senza luce e senza riscaldamento per troppo tempo, dei bagni chimici luridi, delle cucine da campo, delle brandine, dei PMA per i feriti, dei medici clown, dei volontari della Croce Rossa.
C'è il terremoto dei vecchi che siedono muti ad aspettare e dei bambini che disegnano macerie, dei cani che hanno perso il padrone, dei cani che il padrone non l'hanno mai avuto e che continuano a vivere randagi, dei veterinari che devono arrivare. Ma non dovevano arrivare oggi?
C'è il terremoto dei 300 morti e dei vivi e dei feriti che si salveranno e che moriranno.

Ci sono molti terremoti ed ognuno di noi racconta il suo; tutti sembrano veri ed un po' lo sono realmente. Per il resto...

Il terremoto dei bambini è sui fogli da disegno: macerie e palazzi sventrati, colori scuri, polvere, caos.
Nel campo di Tempera alcune ragazze chiedono ai bambini di disegnare il terremoto.
C'è Arianna da Roma che è psicologa. La hanno appena comunicato che ha perso il lavoro.
Sara invece viene da Pavia, è terapista della riabilitazione con la specializzazione in arte-terapia.
I bambini di Sara ed Arianna hanno individuato vie tra le tende e le hanno nominate: c'è Vico Stretto ed anche Vico Strettissimo, vicino alla cucina da campo dove è proprio difficile passare. E poi c'è Piazza Grande che potrebbe tenerci tutti dentro.
Sara dice: “Sai, Lorenzo... c'è poco da fare arte qui: la gente è distrutta, i bambini sono impauriti, non mi resta che accudire ed ascoltare le storie. Magari più in là, chissà. Forse. Non lo so”
Vedo molti clown in giro. Hanno il camice da dottore, il trucco sugli occhi ed il naso finto e rosso sul naso vero. Si direbbe un'invasione di clown nei campi. E' anche il terremoto dei clown.

Ma cosa c'è da ridere ora? E' davvero giusto far ridere questa gente che invece vuole soffrire? Non sarebbe meglio farla piangere? Questo è il tempo del pianto, della tristezza, delle storie da raccontare, della gente che ascolta. E non ride. Non ride.
Non c'è proprio niente da ridere ora.
Tornate a case signori clown, ci vedremo tra qualche tempo!
Lasciateci piangere in pace ora.

Cosa è vero, cosa è falso in questo sisma?
La protezione civile è stata all'altezza di quanto è accaduto a L'Aquila ed in tutti i paesi della provincia.
Vero o falso?
Non era possibile approntare un piano dei soccorsi prima della grande scossa.
Vero o falso?
Tutti noi potevamo fare qualcosa per evitare tutte queste morti, per evitare tutta questa disorganizzazione.
Vero o falso?

Ore 24,30. Luis è a Pescara, 100 chilometri dal sisma. Luis ha 11 anni.
La madre chiama il 118 perché il figlio non respira. Arriviamo in codice rosso e troviamo Luis in strada con la mamma, il papà e la sorellina che mi fa le smorfie e ride. Invito il ragazzo a salire in ambulanza. Sale anche sua madre.
Luis respira male, lunghissime inspirazioni dopo brevi espirazioni. Un rumore respiratorio. Laringospasmo?
La sua saturazione d'ossigeno è normale, la madre descrive il sintomo di Luis che viene di notte da qualche tempo e di giorno scompare. Luis è già stato in ospedale dove non hanno riscontrato nulla.
A guardarlo bene, il bambino non ha il viso di chi soffre di dispnea:
“Da quando ti succede, Luis?”
“Dalla notte del terremoto!”
“Hai paura, Luis?”
“Ho paura che tutto crolli con una scossa!”
“Luis! A Pescara il terremoto non arriva, c'è la sabbia sottoterra non la roccia. Luis!”

La paura del terremoto si propaga fino a raggiungere Luis che smette di respirare a 110 chilometri di distanza. Mentre Sara ed Arianna tracciano la mappa del campo dei bambini: Vico stretto, Vico Strettissimo.
La paura non risparmia neanche noi che siamo al mare.
Per questo non c'è tempo di tremare. Si torna a L'Aquila domani. Senza il naso rosso sul naso vero.
Con il rispetto per le storie della terapista Sara. Con la distanza dalle barzellette del premier sul campeggio. Con la convinzione che c'è del vero e c'è del falso in questo terremoto.
Perché ce ne sono tanti di terremoti. Almeno cento.

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