mercoledì 4 agosto 2010

HERA-ACRON-OMEGA: una Rosarno imolese.

















USA E GETTA


di Pina Piccolo

-->(per i lavoratori migranti di Acron, 2 agosto 2010)

-->
Il nastro scorreva così si evitava
di dover muovere i piedi
Si andava veloci
e arrivavano
montagne e montagne
di cose che non andavano
né sotterrate né bruciate
ma che sarebbero state
riciclate e riusate
(almeno così si diceva)
Il nastro scorreva e portava
portava la carta, portava la plastica,
le bottiglie d’acqua schiacciate
il contenitore di alluminio
con i resti del sughetto dell’Ipercoop
il vetro del chinotto
che sancisce il tuo stare fuori dal coro
e ancora carta e carta
ma sotto
guarda, una forma strana
morbida e puzzolente
che si sente anche con la mascherina
da due soldi
usa e getta
che ti danno ogni mattina
la tocchi con la mano inguantata
un usa e getta che dura due settimane
che non protegge granché
ti ritrovi il corpo coperto da macchioline
un altro si è beccato l’epatite
Ma guarda bisogna essere proprio scemi
per buttare scarpe vecchie
nella campana del vetro
una vecchia scarpa di pelle
con qualcosa andata a male dentro
Schifato la sollevi tenendola con un pezzo di carta
per decidere da che parte smistarla
forse è organico
buttala tra le altre schifezze
la cacca non proprio pulita
che sfugge sempre all’occhio dell’ispettore
Due settimane fa
c’era anche un gatto morto
ma qualcosa dentro il tuo corpo
la riconosce come parente
e mandi fuori un grido
Un piede mozzato!!!
Un piede di uno che un tempo camminava
calpestava la strada, pestava la polvere
chissà quanta strada ha fatto
forse quanta ne hai fatta tu stesso
per le piste del deserto dopo che il Land Rover
con quarantadue aggrappati sopra
ti ha scaricato senza tanti complimenti
e senza il conforto dell’acqua
e credevi di morire
come un’anima abbandonata
E pensare che sotto una mangrovia
al tuo paese un po’ d’ombra sempre la trovavi
E poi di acqua salata ne hai vista tanta
e per giorni e giorni
distese marine
che ti chiamavano l’acqua nello stomaco
e pensare che in lingua ewe
Togo, il nome del tuo paese significa
‘andare all’acqua”
e tu invece ne andavi a un’altra
a inseguire un sogno
trasformato nella catena del nastro.
E ora ti ritrovi schiavo
anche se da centocinquant’anni
dicono che l’hanno abolita
la schiavitù
venduto da un fratello che
ti minaccia di vudù
se parli ai giornalisti
se parli al sindacato
se dici che nella busta paga
ti arriva metà di quel che hai lavorato
Se dici che nella civilissima Imola
non hai né malattia né ferie né tredicesima
che se ti vabene ricevi qualcosa in una busta
in piazza o al bar
Che devi firmare fogli in bianco
e ti portano via il foglio delle ore
Dimmi tu. Oh piede che vieni da lontano,
se questa è vita
dimmi tu se tutto questo è degno di
un essere umano.

Nessun commento:

Posta un commento