giovedì 23 febbraio 2012

POETI SIRIANI IX




















AISHA ARNAOUT

In silenzio visse In silenzio morì


(1)
In silenzio
Visse
In silenzio
Morì
inutile figa
dissero, dopo averlo saputo
Io
caddi in ginocchio
davanti alla sua salma
La spogliai
del sudario
con le mie unghie
scrissi sulla lapide
Qualcosa
(2)
Si mise la camicia, prese l’ombrello
Senza fare parola
Neppure io parlai.
Dopo che se ne fu andato
Mi misi davanti allo specchio
Mi squarciai la lingua
Per vedere se vi fossero intrappolate parole
Ma non vidi che muscoli e vene.
Mi rammendai la lingua
E scoppiai a ridere
-il riso non è parola
Poi mandai in frantumi lo specchio
Da allora
Frantumo specchi invano
Cercandone uno
Che non rispecchi
Più, uno specchio
Che mandi me in frantumi.
(3)
Mi inquieta
che l’acqua non abbia colore
che l’aria non abbia sapore
che l’imene
non abbia lacrime.
La tenerezza delle spine
il loro perpetuo rinnovarsi
Mi ferisce:
il nitrito di bestie estinte
nel mio sangue
L’urlo dei demoni
morti sotto gli alberi
di sponde remote.
Poso i miei palmi ruvidi
sul piede di un uomo
un estraneo che passa
E benedico i miei figli
partoriti nel vento
che penetra il tempo.
(4)
La tartaruga sollevando la testa robusta
sputò. L’uomo
come tartaruga, definizione
imperfetta
E rido
esalando fumo e bestie.
Poiché
sono abolita
davanti agli abissi
del desiderio,
scherzo
sbadiglio davanti agli specchi.
Poiché desidero essere
una sfida maggiore
più penetrante di una radiografia
più scivolosa
che
il mercurio riscaldato
mi dissolvo.
(5)
Mi trasportò un’ala
Mi ruppe un artiglio
Mi sbocconcellò un becco
Gli occhi che si chiudono per me
mi denudano.
Ma i raggi ultravioletti di un cuore
non ce la fanno a decompormi.
Sono tempesta in movimento
e balzo verso la morte.
Come minerale e polvere
penetro il calore
eppure
Maledizione è la mia carne
Una maledizione che si riduce
a colla
e cenere.
(6)
Dalle mie tenebre
raccolsi gemme di luce di stelle
Le sistemai
nella sua scarpa
Lui disse:
Non le merito
Era stato sopraffatto dalla sconfitta
Bruciava mordeva
i suoi rimpianti.
Ritornai nella mia stanza
Avvistando la morte in ogni crepa
Mi stesi nella pioggia che si sollevava
dal suolo,
Mi stirai i piedi
Sprofondai i denti
nel sogno strappato,
Aspettai
Il Secondo Avvento
(7)
Sempre in stato cosciente
Sono e non sono
non sempre, nel sogno
O sono o
non sono.
Da dietro la tenda
lo vedo.
Eccolo che aspetta
il tozzo di pane
che possiedo
ma che mi rifiuto di
dargli.
Ognuno di noi
sta in piedi su una sponda.
Un qualche dio dormiente che cerca vendetta
si smosse
mi trasportò
su onde assenti
e come un pesce
mi pose nella sua bocca.
(8)
Inarcai il corpo
Come il porcospino davanti al cane che abbaia
La sete di ali migranti
mi accarezzano le curve
trascendono il tocco della pelle
bucando i pori
Pensai
Domani diverrò
Uccello
Domani
e la metamorfosi
era già qui.
Mi vidi indietro
balzai in avanti
come un ranocchio, continuai a saltellare tutta notte
Mentre infine
ero incollata al suolo
mi chiedevo cosa ne fosse stato
delle mie ali
domani
le aggiusto
pensai
e mi addormentai.
In sogno
mi vidi
porcospino
ranocchio
blatta.
Lui era un uccello senza ali.
(9)
Prima dell’amputazione
dell’arto fatato
chiamerò la donna
formica
come l’uomo
fu chiamato
testuggine.
Non importa quanto vasta
possa essere la differenza
è stato accettato
perché entrambi si sono osservati
come tempeste indomite.
Oggi
Aprendo gli occhi
sono folgorata.
Dopo tutto questo tempo
Dopo tutto il tempo
Tutto è bianco
Completamente bianco
perfino le mie carte.
(10)
dal punto più infimo e buio
dove ero stata impietosamente schiacciata
urlai,
Co… lasciami in pace!
Lui era dietro
un muro che mi sentiva
e avanzò penetrando
nella pietra.
Mi prese la mano:
mi portò senza che lo vedessi
fuori le mura
eravamo insieme. All’improvviso
sparì.
In quel momento
e proprio lì
e per la prima volta
lo vidi.
Stavolta urlai
-Ritorna!
Ma continuò ad avanzare
senza nemmeno voltarsi.
Lasciata sola fuori
dalle mura
mi sporsi dalla roccia
per proteggermi.
(11)
Cercai l’assenza di parola
in tua presenza
la trovai
ma non trovai
nome da darle.
Finsi la tua assenza
per
trovarle nome.
Il nome del vento è vento
il nome dell’amore è amore
il mio nome sono io
questo sentimento ha sostanza
ma…
Una notte lo feci ubriacare
gli cercai nelle tasche
trovai un pezzetto di carta.
per leggerlo accesi la luce
e si bruciò.
(12)
Diranno che imito i poeti
Ma in verità, nemmeno per sogno,
non ho intenzioni preconcette.
Perché ho letto libri che son rimasti chiusi
Ho dormito nelle ore di luce
in sale d‘aspetto.
Ho scribacchiato qualcosa con l’ultima punta di matita
Passarono giudizio
Cancellò tutto
Per rettificare
In seguito dissero,
Non imitò
Nessuno
Non scrisse
Affatto
(Tradotto dall’arabo all’inglese da Kamal Boullata dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo)
Nata a Damasco nel 1946, Aisha Arnaout vive a Parigi dal 1978. Poeta e autrice di romanzi, scrive in francese ed arabo. Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue. Tra i suoi libri: Eau et Cendre, Fragments d’Eau, La Fontaine (insieme con Alain Gorius) e La Traversée du Blanc.

Nessun commento:

Posta un commento