martedì 22 marzo 2016

ROBERTA SERENARI. TRA INCONSCIO E INTENZIONALITA’.

Fiuggi, Terme Bonifacio - dal 2 al 30 aprile 2016

di Giovanni Stella

Ama l’azzardo Roberta Serenari, ma non l’azzardo dell’ infinita trasgressione coatta che del gesto distruttivo fa mestiere, in danno della più riconosciuta categoria dello spirito che è l’arte. Il rischio, che lucidamente corre l’artista, sta nel confronto temerario con il patrimonio sontuoso da “siglo de oro” che nel versante iconico della pittura ha toccato vertici di strabiliante eleganza formale e di pensiero forte, tali da segnare la civiltà occidentale.
Da questo enorme deposito di immagini che hanno segnato il nostro immaginario, Roberta Serenari ha tratto una grande lezione, secondo cui la vera, grande pittura, pur nei termini di una rappresentazione della realtà riconoscibile, è astratta, metafisica, nel senso che indaga e rende visibile l’invisibile, la realtà sottostante, l’oltrerealtà.
L’artista vanta un’amicizia con l’antico, non la sua ripetizione nel viaggio ch’essa compie intorno alle esili, fiabesche fanciulle in fiore, come potrebbe apparire a una svagata lettura del suo teatro di figura in interni scenografici. Dell’antico fa suo il piacere della narrazione che nella sua opera non è narrazione di quotidiane storie di superficie.
Il magistero della sua arte è funzionale al disvelamento di essenze immateriali inafferrabili: la percezione del silenzio, la sospensione metafisica di immaginarie prospettive e vaghe e misteriose “reveries” che possono accadere o non accadere, la fluidità del tempo e il suo attraversamento, a ritroso, verso le sorgenti della vita e, in avanti, verso lo “scolorar del sembiante”.
Il ricorrente tema della fanciullezza, che volge verso l’adolescenza, induce a cogliere la componente autobiografica, sempre presente in ogni opera d’arte. Ma l’artista non ne fa motivo di rispecchiamento autoreferenziale, narcisistico. Lo scandaglio di questo momento magico della vita che ci appartiene non diventa “metastasi dell’Ego”, una delle minacce, secondo Edgar Morin, per gli esseri umani. Il Narciso che abita l’interiorità di Roberta Serenari gioca una partita aperta, vissuta come avventura dell’intelletto che muove verso una più libera relazione con tutti noi, partendo dal crocevia dell’incantata fanciullezza adolescente, snodo dello stare al mondo.
Lo scenario di questo snodo della vita è un interno luminoso e silenzioso, nonostante l’effrazione dello spazio generata dalla molteplicità di oggetti di valenza simbolica, un interno di fredda essenzialità scenografica che richiama il teatro di Strehler. Lì si sviluppa il gioco delle fanciulle in fiore sulla scacchiera della vita aperta prospetticamente ad altra vita, in un oltre, cui esse tendono, lievitando, in“Castelli in aria”, o declinando i giorni dell’attesa, in“Rosa rosae”, o puntando mente e cuore affatturati, nello spazio dilatato, in “Ascoltando l’incantesimo”, o vivendo un fremito edipico , in“Caro papà”.
La componente ludica è fondamentale nell’opera di Roberta Serenari, perché nel gioco, la più elementare forma del conoscere, le protagoniste della narrazione, categoria propria ed esclusiva della specie umana, attivano, in atmosfere rarefatte, le figure simboliche del loro mondo poetico, cariche di rimandi alle stazioni del viaggio fantastico, tra realtà e irrealtà, verso la terra di Alice. In questo viaggio tutto può accadere nella traiettoria fatta di memoria e divinazione dell’indefinito futuro e davanti allo specchio sfaccettato che risponde alle interrogazioni accorate delle esili adolescenti, moltiplicando le vie di fuga verso l’altrove che non sempre risponde alle attese, come sembra dire, in“Confiteor”, il ritratto di donna matura e delusa, sul punto di verificare che i conti non tornano.
Nulla è affidato al caso. La comunicazione delle protagoniste del racconto favoloso attinge al linguaggio del corpo: sguardo, soprattutto lo sguardo, interagente con lo spettatore, postura e gesti propri di quella terra di mezzo che sono chiamate a rappresentare con abiti di scena sfarzosi, di serica eleganza, tra manichini di memoria dechirichiana, scodelle casoratiane frantumate, alludenti, forse, a sogni precipitati nel vuoto, ed altre, ancora intatte, pronte alla sostituzione, in funzione del cibo del corpo e dell’anima, ché il viaggio è lungo, e le uova, infine, emblema della perfezione, rubate a Piero della Francesca, a significare la colta ascendenza della pittura di Roberta Serenari.
La sua pittura di figura è il risultato della straordinaria capacità tecnica che l’artista bolognese possiede in sommo grado, fino a definire una identità segnica che trova il suo approdo distintivo nell’arte, oggi negletta, del ritratto, fondato sul disegno accurato, sullo scandaglio psicologico e su una sensibilità coloristica non comune, di cui ha superba consapevolezza.
Di questa componente, il colore, non trascurabile nella pittura, in generale, e nello specifico dell’opera di Roberta Serenari, in particolare, occorre dire che come il colore seppia connota le immagini di esistenze affrancate dalle razzie del tempo, e per sempre consegnate alla memoria di chi le ha amate, così qualità, preziosità e tonalità del colore , di cui sono intrisi milieu e figure della Serenari, rimandano alla nostalgia del sogno e “des neiges d’antan”. In breve, il colore significante.
E’ di tutta evidenza la sua adesione convinta, dopo l’abbuffata di avventure linguistiche radicali e distruttive, a un ritorno all’ordine che non sia pura e semplice arte mimetica, come non lo è la grande pittura figurativa dell’arte classica, riscontrata e rivisitata dagli artisti aderenti alla corrente di Valori Plastici del terzo decennio del secolo breve e, nella seconda metà dello stesso secolo, da Balthus autodefinitosi l’ultimo pittore figurativo. Poi, a suo dire, il disastro.
Dell’accostamento che si è fatto della pittura della Serenari all’opera di Balthus sarà bene precisare che il riferimento è pertinente solo per il tema dominante delle adolescenti che, però, nell’opera della Serenari sono oggetto di mitizzazione di un momento irripetibile della vita, nel quale Eros entra come preannuncio di futuro turbamento, generatore di vita, mentre nell’opera di Balthus le adolescenti, figlie di Eros “dolceamara invincibile belva”, sono portatrici di turbamento in atto.
E tuttavia non manca nell’opera della Serenari una carica erotica d’altra natura, d’altro segno che si appalesa nell’accesa sensualità barocca del colore delle vesti, nei rossi infuocati delle rose in “Specchio delle mie brame” o nell’offerta maliziosa di rose violette in “Futura” o nel languido ritratto con rose rosse, “Omaggio a Matilde di Canossa”.
Affascina, infine, con l’eleganza e la grazia delle posture dell’attesa, la politezza dell’esecuzione magistrale. Affascina il virtuosismo che diventa sfida, nel tempo della rimozione della bellezza, a una parte di contemporaneità che difetto di mestiere e di forma “fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta”.

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