lunedì 21 giugno 2010

Morire non è un atto ben preciso










di Pina Piccolo



-->Dal Quaderno di Saramago, ultima entry del blog dell’autore:
Oggi, venerdì 18 Giugno, José Saramago è spirato alle 12,30 nella sua casa di Lanzarote, all’età di 87 anni, a seguito di un cedimento multiplo degli organi, dopo una lunga malattia.
Lo scrittore è morto con al suo fianco la famiglia, andandosene in modo sereno e tranquillo.
Fondazione José Saramago
18 Giugno 2010
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Checché se ne dica, morire non mi sembra un atto ben preciso, distinto nelle sue fasi con cesure evidenti, confini netti stagliati: sono solo le macchine che la misurano così e i medici/clero con i loro metri assoggettati alla tecnica. Il termine “spirato” utilizzato dai suoi successori nel suo blog Il Quaderno (chissà, forse deciso con Saramago stesso) lenisce una certa materialità del fenomeno morte a favore di qualcosa di più etereo. Chissà, forse neppure il Vecchio ateo scontroso, nemico acerrimo di acquasantiere, riesce a domare quella sua parte di esistenza che continua imperterrita quando la materia ha smesso di conformarsi a certi parametri denominati vita. E questo in barba al fatto che l’accanito neurone, messo a mollo per decenni in un bagno di materialismo dialettico, cerchi disperatamente di spegnersi, inorridito dal vago ricordo che “The proof is in the pudding”, ma non ce la fa, continua a registrare ancora per un po’ anche se scollegato da altre parti del sistema che prima permettevano la comunicazione. E forse, liberato dall’apparato, il neurone ora continua a viaggiare (se n’è andato ci dicono i parenti), ancor di più se nella “vita” era abituato a scorrazzare per le praterie dell’immaginazione. O le brughiere. O gli altopiani della penisola iberica rincorrendo il pensiero strategico dei cani o inseguendo le scie dell’essere lasciate nei secoli da maree di pellegrini. Lui, il Vecchio tremendo, le percepiva con un organo sconosciuto alla scienza di oggi ma forse ben noto alle antiche popolazioni distribuite in tutto il mondo, quelle che nell’antica Pergamo avevano predisposto lAsklepieon “centro benessere” spirito-corpo non ancora soggetto alle leggi del mercato. Questo molto prima che avvenisse la scissione tra spirito- corpo, prima che in Occidente si costruissero compartimenti stagno contenenti le due perle come forzieri. Ogni tanto arrivava un pirata che aveva trovato una mappa sbrindellata e cercava di forzare quei due scrigni, disposti uno accanto all’altro c’era chi vi riusciva con la musica, chi con la scrittura, chi con il pennello, chi con una teoria ma erano fatti isolati che duravano magari la lunghezza di una “vita” o si protraevano nelle ‘vite’ di discepoli e movimenti che si allontanavano ogni anno sempre di più dal momento della scoperta, e come il gioco in cui si dice una parola che arriva completamente deformata e fraintesa alla fine di un circolo di sussurratori anche questa si perdeva nei meandri, e più forte ritornava la scissione.
Ma il grande Vecchio aveva un orecchio diverso, udiva il sussurro delle cose e questo non lo inquietava. Altri erano stati condotti alla follia da quelle voci insistenti, lui no le ascoltava e registrava nel magma della scrittura, senza tentare di domarle col logos delle virgole e dei punti. E poiché era in grado di percepire lo spirito delle cose tendeva a non scindere la scrittura dalla vita, tutto diveniva un grande contenitore che tendeva verso qualcosa di libero e di giusto. Osservava quello che lo circondava e cercava di carpirne i segni, di respirarne la metafora. E in questo forse si differisce dai monologhi interiori, dai flussi di coscienza di altri grandi scrittori europei il cui magma è meno radicato nella terra e riproduce i meandri cerebrali di un’Europa che ha perso il contatto con ciò che è materiale, che ha eletto la mente e la coscienza ad elemento superiore, che insiste nella scissione tra spirito e corpo. Forse quell’Europa che per la lontananza da quelle radici pone l’ordigno al centro della terra, secondo la descrizione di Svevo di cento anni fa, ma oggi ancora più che attuale. Ma Saramago, anche nello scemare dei globuli rossi, dei globuli bianchi e delle piastrine veraci nel suo sangue che lo portavano a un lento cessare della vita per mancanza di ossigeno alle cellule e proliferare di infezioni forse legge dei segni. Chissà, non mi stupirei se forse un giorno trovassimo un suo scritto in cui dialoga con la malattia.
Su YouTube, qualche settimana fa, ho visto la sua commozione davanti a “Cecità” realizzato sulla pellicola, le lacrime di gratitudine verso chi era riuscito a far materializzare fedelmente sullo schermo ciò che lui aveva inteso sulla pagina. Credo che fossero anche lacrime malinconiche, regalate dalla coscienza dell’imminenza del distacco che lo avrebbe separato da quegli atti di creazione, dalla comunità di intenti che per 70 anni lo aveva legato a chi leggeva le sue opere, a chi ne facilitava la diffusione. Ricordo quelle stesse lacrime malinconiche dentro gli occhi acquosi di mio padre contadino, anche lui un vecchio ottantenne colpito dalla malattia che ti affievola a poco i sensi privando le cellule di ossigeno. Lui che di pagine ne aveva scritte poche, solo qualche riga per registrare in un italiano trasudante dialetto calabrese la saggezza degli antichi tramandata attraverso proverbi e storielle. Erano forse questi contadini gli ultimi eredi di quella unità del mondo che il Grande Vecchio cercava di imbastire sulla pagina. Non a caso ai suoi nonni aveva dedicato il Nobel assegnatogli per la letteratura. Parlando dei suoi nonni, contadini analfabeti, da lui definiti le persone più sagge che avesse mai conosciuto, ricordava con commozione che il nonno malato, prima di lasciare la sua casa per essere portato ad una visita dal medico della grande città aveva salutato i suoi alberi, si era diretto "di albero in albero del suo podere, ad abbracciare i tronchi, a congedarsi da loro, dai frutti che non mangerà più, dalle ombre amiche".
Per me che sono stata un’accanita lettrice, la cosa che mancherà di più sarà aspettare l’uscita del prossimo romanzo di Saramago, ma forse questa mancanza sarà un motivo in più per onorarne la memoria allenandomi in una scrittura tesa a sbavagliare il mondo e ripercorrerne l’unità.

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